Stare a casa dopo più di un anno di vita europea è piuttosto scoprire che ci sono delle realtà che rimangono oltre la distanza: la famiglia, soprattutto.

Nella mia prima settimana di Brasile sono stato costretto a rimanere a casa quasi tutto il tempo, nella dura attesa della mia valigia con i vestiti che è rimasta a Milano (ho scoperto ieri) e che spero arrivi nei prossimi giorni.

Comunque è stata anche un’esperienza importante “di fede”. Non capivo il perché  una cosa così semplice avrebbe potuto rovinare la mia prima settimana a casa. Dentro però c’era una spinta naturale ad andare oltre, cercare di stare aperto a piani del Signore del Cosmo che non me l’avrei aspettato.

Quindi, durante il rito domenicale cristiano (in cui già da ormai tanto tempo mi vedo “incarnato” nell’esperienza d’insicurezza degli apostoli dopo la morte del Messia, attesa di quella parusia che non si è ancora compiuta), nel tentativo di dialogo pericoretico, dopo la comunione, chiedevo la mia valigia, assumendo il mio essere miserabile, ma fiero della Sua misericordia, che sana e porta alla felicità Vera.

Ma lì, mi rendevo conto della meraviglia che è sentire Dio attraverso l’amore del prossimo (soprattutto una “prossima” specifica). Capivo che non posso essere mischino e voler “sentire” ancor qualcosa in più. L’amore c’è e si manifesta colorato nella mia vita in diverse tonalità. Difficile è poi imparare a vedere con gli occhi interiori.

Insomma, dopo la messa, in una chiamata telefonica all’Iberia (che non raccomando a nessuno) hanno finalmente trovato la mia valigia. Sembrava una risposta concreta e immediata, un’esperienza necessaria affinché io, di nuovo, mi accorgessi che ci si cammina sempre INSIEME a Lui. Un segno chiaro per le decisioni che io e Flavia vogliamo prendere per la nostra vita.

È MERAVIGLIOSO essere a casa, sentire quell’appartenere che costituisce ogni persona e che ora condivido con lei, non sono più “solo” io. Esperienza di comunione unica.

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